Nascita di un bimbo

Partorire : durata e sintomi del travaglio

Ogni volta che provo a chiedere ad una donna che ha partorito cos’è stata per lei questa esperienza, non riesco mai ottenere una risposta univoca! Qualcuna la definisce l’apocalisse, altre un’esperienza da ripetere il prima possibile, altre ancora un dolore poco più forte del mal di denti. Ogni donna ha un proprio bagaglio di esperienze, di timori inconsci o paure consapevoli e ogni donna soprattutto ha un corpo diverso dalle altre: ogni parto è il parto di quella donna, non si può generalizzare e non si può uniformare questa splendida esperienza che è la nascita del proprio figlio.

Le prolungate sensazioni fisiche, i movimenti, i mutamenti di forma di alcuni organi e lo sforzo considerevole del travaglio sono i cambiamenti fisici più complicati che accadono nel corpo di un essere umano, nel corpo di una donna. Non si tratta di sbadigliare o tossire o respirare, ma si tratta di partorire.
Il termine stesso “travaglio” indica un lavoro e, in quanto tale, va a coinvolgere particolari muscoli ma interessando tutto l’organismo. Senza annoiarci troppo, facciamo qualche accenno di anatomia figurativa.
Non esistono altri organi simili all’utero: se gli uomini l’avessero se ne vanterebbero! Il sacco amniotico, una membrana quasi trasparente paragonabile ad un sottile sacchetto di plastica, contiene il bimbo e il cordone ombelicale. Quest’ultimo porta alla placenta, un organo magico ma di vita breve che, essendo attaccata al bambino attraverso l’ombelico, è radicata nel ricco rivestimento uterino di vasi sanguigni e svolge molteplici funzioni durante i nove mesi: nutre, ossigena, depura, elimina, pompa!
L’utero ha la forma di una pera rovesciata: il colletto della pera è paragonabile alla cervice uterina (o collo) che si presenta come un fascio circolare di muscoli che, durante la gravidanza, deve rimanere ben chiuso per tenere bambino, placenta e liquido amniotico (o talvolta gravidanze multiple!!!), mentre, durante il travaglio, deve assottigliarsi e dilatarsi per lasciare libero il passaggio al bambino.
La cervice, durante la gravidanza, è sigillata da uno spesso strato di muco, molto denso: con l’avvicinarsi del momento del travaglio questo muco viene espulso, magari con qualche stria di sangue. Si tratta del cosiddetto tappo mucoso.
La parte superiore della nostra pera è chiamata fondo ed è anch’essa costituita da tessuto muscolare ma diverso rispetto quello della cervice: 3 strati muscolari dall’andamento obliquo e spiraliforme, molto forti ma contemporaneamente estendibili e flessibili (devono portare a termine lo sviluppo di uno, due o addirittura tre bambini: immaginate quanto si devono estendere)Fino qui…ci siamo? Ah già…piccolo particolare: l’ovulo fecondato si è trasferito dal punto in cui è avvenuta la fecondazione (la tuba), fino alla cavità uterina che, per l’influenza ormonale, era pronta ad accoglierlo e a fornirgli la massima ospitalità per i successivi nove mesi: l’utero permette alla placenta di penetrarlo e di attingere dai suoi vasi sanguigni nutrimento, rimane rilassato nonostante le molte sollecitazioni e cresce insieme al suo contenuto, bambino compreso!

Al termine della gravidanza, le pareti uterine sono piuttosto sottili ma hanno mantenuto la loro capacità di contrarsi involontariamente per poter dilatare la cervice e spingere fuori, con l’aiuto dei muscoli addominali materni, il bambino. Ora proviamo ad immaginare un percorso di montagna lungo ed in salita, di montagna: non conosciamo la durata se non quella scritta sui segnali dalle guide alpine (che sappiamo essere molto teorica!!!). Non abbiamo mai affrontato questo sentiero: ci spaventa ma allo steso tempo ci affascina e incuriosisce perché sappiamo che, una volta arrivati in cima, la soddisfazione sarà tanta e il meraviglioso scenario ricompenserà la fatica fatta. Cosa c’entra questo con l’evento parto?
È la metafora che rispecchia meglio il percorso di una donna nel suo cammino verso il parto.
A livello ormonale, inoltre, succede proprio questo: dopo la nascita, una scarica di endorfine e catecolamine permettono alla mamma di sentirsi gratificata, soddisfatta, orgogliosa di sé per il duro lavoro portato a termine e il risultato stringe il bambino con tutto l’amore che gli appartiene.

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